lavoro al gruppo scultoreo "gli inservibili"
esposizione del gruppo scultoreo "Ecce Homo" davanti alla basilica del convento di Wilten a Innsbruck
21.02. - 07.04.2012
fiera dell’arte "Art Karlsruhe" con la galleria Goethe
07. - 11.03.2012
"Art Austria", Vienna, Leopoldmuseum, con la galleria Maier
09. - 13.05.2012
personale, galleria Maier, Innsbruck
28.04. - 26.05.2012
Anvidalfarei è ai miei occhi uno dei pochi grandi interpreti del corpo umano, che analogamente all’inglese Lucien Freud, scopre in esso l’ intensa corporeità. Nella sua pratica scultorea non è idealista, oppure, se si considera la tradizione del XX secolo, non è nemmeno incline a una forma rigorosa, ma dall’osservazione di ciò che gli sta di fronte, sviluppa invece un senso di grevità materica, nella contemporanea “celebrazione del retto cammino”.
Prof. Peter Weiermair | Direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna
Quando alcuni anni fa ebbi modo di conoscere per la prima volta le sculture e i disegni in gran formato dell’artista ladino Lois Anvidalfarei alla Galleria Maier di Innsbruck, essi attirarono subito la mia attenzione.
L’intensa presenza corporea di queste figure non era intesa come in qualunque scultura, in particolare nella scultura in bronzo, volta a trasmettere appunto una forte presenza fisica e a collocarsi – insieme al fruitore – su un comune piano di “cose” tridimensionali; essa era intesa, piuttosto, quale rifiuto della trascendenza, in cui Matthias Boeckl vede una peculiarità dell’artista. Questo insistere sulla componente terrena senza falso realismo è una caratteristica della sua opera.
Il concetto di mancanza ha però qualcosa di negativo, forse anche l’atmosfera che avvolge l’elemento fisico, l’”odore di stalla”, quello dell’uomo su cui agisce la forza di gravità e che, nella figurazione di Anvidalfarei, non segue alcun ideale di bellezza. Tuttavia, le sue figure sono vere; non sono deformazioni comiche ed eccessive della natura reale come avviene nelle figure dell’artista latino-americano Botero.
L’accentuata corporeità di questi grevi personaggi, delle loro teste, dei torsi o delle singole membra – che sembrano appesi in un affumicatoio e lasciano trasparire la componente animale, le connotazioni di tortura e relitto – lo lega, e in ciò risiede la sua assoluta modernità, ad una serie di pittori contemporanei, tutti interessati ad una nuova ed intensa corporeità, interpretata su un piano esistenziale.
Il corpo non si riduce e non si contrae fino ad un livello minimo a causa della pressione esterna, come accade in Giacometti. Il corpo occupa lo spazio.
Le imponenti masse corporee di un nudo modello o modella sono “animate”, come, per esempio, in Lucian Freud. Il corpo umano, e ciò vale per i più diversi discorsi mediali del nostro tempo, è il campo di battaglia degli artisti più differenti. Il ventaglio tematico va dalle questioni di identità sessuale alle minacce legate a nuove malattie e alla visione di un corpo artificiale, in gran parte sostituibile.
Anvidalfarei non ha certo nulla a che vedere con una serie di problemi qui menzionati, ma la sua esperienza del corpo è attuale. Essa è improntata dalla vita di un contadino e narra la sua ricerca intorno al proprio corpo che diviene per lui modello.
Non senza ragione, nell’esposizione sulla storia del nudo – dal neoclassicismo in conflitto fra ideale e realtà – da me attualmente curata alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, ho collocato una figura maschile di Anvidalfarei accanto a un piccolo formato di nudo femminile di Lucian Freud, e questo, per documentarne la connessione e la vicinanza di ideali estetici.
Anvidalfarei deve ben poco alla tradizione di Wotruba e Avramidis, nell’ambito della quale si svolge la sua formazione – era appunto allievo di Avramidis – poiché tale tradizione parte dalla forma, una forma che mira all’astrazione del corpo e che diviene un mezzo per trascenderlo.
Con la sua opera Anvidalfarei avvicina il fruitore a delle situazioni esistenziali, a delle categorie elementari della stessa corporeità, della forza di gravità, dell’intima coscienza del corpo. Il classico formulario di Avramidis è ispirato alla colonna, alla quale l’artista d’origine greca riconduce il corpo umano.
Autentico com’è e dotato di un’identità ponderosa, Anvidalfarei, che vive una doppia esistenza di artista e contadino, oppone le sue massicce figure al distaccato ordine del suo maestro. Queste figure non sono classiche, ma rigorose, perché capaci di trasmettere il potenziale dell’esperienza già esistente. Il bronzo è animato; ciò che pare essere informe – una caratteristica, questa, di ogni corpo e, soprattutto, del corpo reale – diventa “forma”.
Anvidalfarei proviene da una tradizione religiosa, cattolica. Proprio nelle modalità e nell’attualizzazione delle tematiche religiose risiede per molti scultori la possibilità di lavorare ad incarichi più estesi. Il conflitto con il committente fa però spesso parte del programma.
Il disegno è il secondo medium importante e autonomo di questo scultore. Quando parlo di autonomia, intendo dire che i disegni non fungono da abbozzi preparatorii per le sculture, ma nascono direttamente davanti al modello o alla modella (insieme ad essi), accentuando il peso delle membra tramite ardite prospettive. In essi il linguaggio del corpo agisce più intensamente, grazie alle tensioni dei contorni esterni che delimitano il corpo separandolo dallo spazio che esso respinge. La grande vicinanza tra modella/o e artista conduce Anvidalfarei ad una sconcertante intimità in senso reale. Scorci manieristici dall’effetto possente parlano della presenza del corpo, spesso racchiuso in sole poche linee.
Anvidalfarei non ha mai stilizzato il corpo nudo, l’ha invece visto con estrema chiarezza. Come Hodler, che disegnando ha accompagnato l’amata sul letto di morte, dunque mentre la morte faceva il suo corso, Anvidalfarei ha fatto lo stesso con il padre, che gli ha lasciato il maso costringendolo così alla rara combinazione di due vocazioni. Le citate immagini di morte sono presenti, fra l’altro, anche in Gotthard Bonell, che come Anvidalfarei ha dato l’addio al padre. La serie di queste teste, dell’agonia, di un processo di contrazione, del passaggio da una condizione in cui ancora spira l’alito della vita alla fissità della morte, illustra ciò che interessa ad Anvidalfarei: gli interessa la drastica autoaffermazione della componente fisica.
Il respiro, la tensione, l’annullamento della forza di gravità che ci lega alla terra e della pesantezza attraverso la leggerezza, l’eloquente linguaggio delle membra: sono, queste, le qualità che l’artista è capace di trasmettere, e lo fa secondo delle modalità che non possono essere paragonate a nessun altro esempio contemporaneo.
Senza voler romantizzare, cosa che accade anche troppo spesso nella storia dell’arte, va detto che le esperienze della vita contadina influenzano l’esistenza artistica.
Accanto alle figure in grandezza naturale, Anvidalfarei crea anche frammenti, bozzetti e torsi. La for-ma artistica del torso deriva dallo studio dei reperti dell’antichità che sono giunti fino a noi, ma con delle mutilazioni, dando vita ad una nuova categoria estetica di corpo colto nella sua essenzialità.
Proprio nelle numerose notizie di guerra con cui oggi ci confrontiamo si narra quella distruzione del corpo che si riflette anche nei relitti dell’artista. Se altri frammenti, per esempio le forme di mani o piedi, fanno pensare a dei relitti, ecco che, d’altro canto, si possono fare dei collegamenti anche con i reliquiari.
La pelle delle sue figure è tirata come quella di un vitello vivo e ben pasciuto, come la pelle di una mucca che rumina in tutta tranquillità. Anvidalfarei vive molto intensamente le esperienze della vita contadina e le immette nella sua visione dell’uomo.
L’artista prende le misure sul proprio corpo, in maniera quasi dolorosa infonde nella scultura – poi interiorizzata dal fruitore – l’esperienza del proprio corpo, che può divenire mezzo d’espressione per gli impulsi più delicati. Se l’artista è spesso il proprio modello, e continuamente incontriamo il suo prototipo, ecco che le persone che lo circondano, quelle a lui più vicine, sono anch’esse modello (anche per i nudi) e si mettono a sua disposizione. Le figure in grandezza naturale incontrano il fruitore. Egli è colpito da questa corporeità.
E’ del corpo che si occupa l’artista ladino. Egli è fuori del comune non solo per la sua doppia esi-stenza, che conduce certo ad una reciproca influenza, ma anche perché – ed è questo il suo importante contributo – sa cogliere un aspetto nuovo e inconfondibile in quest’ambito tematico che ha un gran rilievo nell’arte del nostro tempo.
Prof. Peter Weiermair | Direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna